Home Arte Al Palazzo Ducale di Urbino l’arte ‘pixelizzata’ di Peter Baldinger con Montefeltro-rivisto

8 marzo-13 maggio

Peter Baldinger

Montefeltro-rivisto

Palazzo Ducale di Urbino

Percezione, astrazione, riduzione ,alienazione, immaginazione, ricostruzione, sono queste alcune parole chiave fondamentali per comprendere l’opera di Peter Baldinger.
L’artista, già ispirato dai capolavori di celeberrimi maestri tra i quali Cranach, Tintoretto, Veronese e Velázquez, si confronta in queste sue nuove prove con l’arte prodotta alla corte di Urbino.
Baldinger ‘pixelizza’ i suoi modelli e riduce le immagini ai loro valori cromatici essenziali; il soggetto dei dipinti è di fatto svuotato della sua storia e del suo stile, ridotto alla pura composizione per campi di colore. Appare chiaro come l’artista si inserisca nel solco della tradizione tecnica sperimentale pop di Andy Warhol e di Roy Lichtenstein, coniugata con le ricerche astrattive di Gerhard Richter.
L’ idealizzazione della realtà è sempre stata veicolo di mediazione da parte dell’artista per influenzare la visione dello spettatore. In tal senso si sceglie di modificare alcuni dettagli dell’oggetto della sua opera per rafforzarne il significato globale: attraverso questo procedimento si sottolineano messaggi storici, politici, religiosi, ecc. E d’altronde gli impasti di colore del tardo Tiziano, i drammatici contrasti di luci e di ombre del Tintoretto, si lasciano leggere oggi nella loro dimensione di filtro del reale – paragonabili come sono al fotoritocco che quotidianamente si fa con le immagini da ‘postare’ sui social network – né sembra molto lontano da ciò l’intento celebrativo del Duca Federico nella sua costante e meditata raffigurazione di profilo.
Nel lavoro di Baldinger lo straniamento e la ‘visualizzazione’ dell’altro, dell’alieno, avvengono attraverso la riduzione di porzioni di realtà figurata in quadrati grossolani, e pure tutti dipinti a mano, ma al contempo si avverte nello spettatore l’impulso a decifrare le superfici pittoriche solo apparentemente astratte, mediante un processo mentale di ricostruzione e di rielaborazione dell’immagine attraverso la memoria visiva.

Quasi tutte le immagini generate oggi sono digitali. Sono costruite da migliaia di pixel impercettibili all’occhio umano nella loro singolarità, ma nell’insieme esse restituiscono l’oggetto della visione. Tuttavia si può anche sperimentare il movimento opposto, in una sorta di zoom, ingrandendo cioè i pixel fino a dargli le dimensioni di qualche centimetro per lato. L’immagine è così astratta in maniera radicale, ridotta alle sole più brillanti differenze di luce e di colore della composizione originale. Solo l’allontanamento ‘correttivo’ dello spettatore dà ancora una volta una vaga impressione del soggetto.
Ciò che affascina di più nelle sperimentazioni di Baldinger è l’effetto prodotto dall’osservazione a distanza: si ha come la sensazione che tutto sia comprensibile, con l’immagine viva nella sua densità e intensità. Però, nell’avvicinarsi, le forme si confondono, la lettura dell’insieme si fa sempre più difficile: osservando gli oggetti da grande distanza lo spettatore recupera l’essenzialità della visione nell’astrazione, e condensa la pienezza del fenomeno nelle sue più intime caratteristiche.
E se il visitatore volesse ulteriormente approfondire le potenzialità significative dei dipinti di Baldinger, allora basterebbe utilizzare uno smartphone o una telecamera per scoprire come la sua tecnica pittorica esca accresciuta dall’interazione con la tecnologia, per cui i pixel dipinti, osservati attraverso lo schermo, si rimpiccioliscono e restituiscono all’occhio un’immagine più chiaramente leggibile, in una felice proposta di sintesi, quasi un cortocircuito, tra reale e artificiale.

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