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Matteo Baiocco, la “pecora nera” di Osimo racconta il suo rapporto con le competizioni e con il destino.

La vera e solida saggezza consiste quasi interamente in due cose: conoscenza di Dio e conoscenza di noi stessi.”
Questa frase di Giovanni Calvino l’ho scelta come breve introduzione perché credo che riassuma in quattro parole ciò a cui dovrebbe tendere un uomo intenzionato a dare una risposta soddisfacente alle tre domande fondamentali: da dove vengo, chi sono, dove vado. Colui che nel pieno della propria forza fisica e mentale riesce ad intuire l’esistenza di un Ordine Cosmico al quale
non ci si può sottrarre, secondo me, è sulla giusta strada.

“ Non sempre, ma spesso, i piloti provengono da famiglie nelle quali i motori hanno alimentato grosse passioni; tu come hai iniziato Matteo?”

“ In casa non ha corso mai nessuno, ma in un certo senso è andata proprio così. Mio fratello e papà avevano la moto e ogni volta che c’era un gran premio in televisione io sedevo sul divano con loro. Quei caschi, le tute, le carene colorate, i commenti appassionati dei miei m’intrigavano così che, quando avevo sette anni o poco più, chiesi per regalo un Grizly, un motorino da cross della
Malaguti. Dopo qualche giorno fui accontentato e iniziai a scorrazzare con quel bolide in miniatura intorno la carrozzeria di papà. Mi divertivo molto a vestire i panni del centauro fino a quando, un pomeriggio, caddi e presi un po’ paura; quelle ruote tacchettate non mi davano più fiducia. Qualche tempo prima avevo visto girare delle mini moto; andai da mio padre e pronunciai una frase che rimarrà stampata nella mia mente per sempre: “La moto da cross è troppo pericolosa, se però mi regali una di quelle lì entro due anni vinco il Campionato Italiano.” Ancora oggi non so perché fui spinto a dire una cosa del genere, in fondo ero un bambino con nessuna esperienza ma, sta di fatto, mio padre mi accontentò e nella seconda stagione in quella categoria ho lottato per il Campionato e l’ho perso solo all’ultima gara, classificandomi comunque 3°.”

Era il 1999 e i suoi avversari erano Poggiali, Pasini, Simoncelli. Visti gli ottimi risultati nel 2000 passa alle 125 e disputa immediatamente il Campionato Europeo con il team Campetella.

“ I primi dua anni me li ricordo traumatici. Avevo sedici anni e sono passato da Castelraimondo ad Assen, saltando a piedi pari l’esperienza delle Sport Production, categoria propedeutica attraverso la quale passano tutti i piloti. Non ho mai avuto un manager e ancora non ce l’ho; papà si è occupato sempre di tutto e quelle esperienze ci hanno insegnato tante cose, ci siamo veramente fatti le ossa. Quelle due stagioni mi hanno anche insegnato a diffidare del 2 tempi: sai quante testate per terra m’hanno fatto fare quei motori che grippano quando meno te l’aspetti?”

Nel 2002 c’è il passaggio alla 4 tempi: 10° nel Campionato Europeo Super Sport in sella ad una Yamaha R6. Nel 2003 Matteo quel Campionato la vince e di diritto, a vent’anni, è iscritto al Campionato del Mondo di quella categoria nell’anno successivo.

“ Direi che la mia prima gara nel Mondiale in Australia sia stata la scintilla che ha acceso in me una nuova consapevolezza; da Phillip Island la mia vita è cambiata, e così il mio modo di valutare le cose. Nei tests invernali a Valencia avevo fatto registrare il miglior tempo, quindi eravamo partiti per la terra dei canguri pieni di aspettative. A fine corsa mi sono classificato 14°, un risultato che al momento ha fatto cadere in depressione totale me e tutto il team, siamo tornati a casa come cani bastonati; pensa quanto fosse assurdo il nostro modo di vedere le cose! In quella gara correvano una quarantina di piloti, i più forti al mondo e quasi tutti i team ufficiali. Nonostante fossi andato a punti al mio primo appuntamento mondiale ero deluso. C’è voluto qualche mese per capire che fu una reazione sbagliata, non eravamo stati capaci di cogliere gli aspetti positivi di quella gara, accecati dalla nostra stessa inesperienza.”

Sono passati dieci anni da quel giorno e Matteo ora è diverso…ora lui sa. Ha accumulato un bagaglio enorme di esperienze, gioie e dolori, successi e sconfitte, sono stati dieci anni durante i quali ha maturato in se la convinzione che alcune prove servono a sintonizzarci con le grandi Energie. 16° nel Mondiale Super Sport 2004, nel 2005 un grave incidente nei tests invernali compromettono
l’intera stagione. Nel 2006 corre nel Mondiale Super Stock 1000 e, con scarsissimi mezzi, è 5° a fine stagione; l’anno successivo, nella stessa categoria, perde il Campionato per tre punti nel Gran Premio di Magny Cours. Nel 2008 è uf-ficiale Kawasaki ma quella moto era ben diversa dalla Kawasaki che conosciamo oggi. 2009 e 2010 è nel Mondiale Super Bike; in questi due anni alterna squadre e moto a ripetizione, fatto questo che gli permette però di intuire la strada da percorrere: la Ducati.

“Tutte quelle gare mi avevano formato, tecnicamente e soprattutto psicologicamente. Conoscevo ormai bene le mie reali potenzialità e volevo una moto per combattere ad armi pari per il titolo: stare in mezzo al gruppo non ha senso, per lo meno per me.”

Con la Panigale del team Barni conquista due titoli italiani nel 2011 e nel 2012. Nel 2013 ha disputato il Campionato Inglese SBK, il più competitivo, Mondiale a parte. Ora è tornato a casa e corre il CIV in sella ad un gioiello di Borgo Panigale gommata Pirelli. Quando non gareggia è comunque in pista per mettere a puntino le altre Ducati, quelle del Mondiale SBK, perché è lui il tester ufficiale. Mentre parlavamo Matteo ha accennato anche al Karma e mi ha fatto notare che nella zona superiore del suo casco c’è una pecora nera con una scritta: MY NAME IS BAIOX. Questo slogan l’ha mutuato da una seri di telefilms americani nei quali risalta costantemente il principio di causa-effetto: My name is Earl è il nome della serie.

“ Due terzi della mia vita l’ho trascorsa nelle competizioni e mi hanno insegnato ad accettare tutto ciò che arriva in modo positivo, perché anche quello che al momento ci delude, a distanza di tempo risulta un accrescimento.”

La penso alla stessa maniera Baiox…un abbraccio campione!

 

Massimo Pigliapoco “Mamo”

Tratto dal n’1 (2014) di MG Marcheguida


 

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