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Home Spettacolo Traviata al Macerata Opera Festival 2018

Traviata-degli-specchi

Torna per l’ennesima volta in arena la Traviata degli specchi, il geniale allestimento scenico firmato nel 1992 dal grande scenografo ceco Josef Svoboda (un evergreen strappa applausi e consensi, da riproporre quando non si dispone, fra gli altri, di generosi sostegni finanziari) con la regia – stavolta deludente – di Henning Brockhaus. Dirige una soddisfacente Orchestra Regionale delle Marche la signora Keri Lynn Wilson, non esente da un’orchestrazione rigida e a tratti asettica, avulsa da pathos, come invece l’incedere degli avvenimenti sulla scena richiederebbe.

I PROTAGONISTI – Ottima Violetta, soprattutto nel secondo e terzo atto, cui da voce Salome Jicia, e Alfredo, interpretato dal giovanissimo e talentuoso tenore Ivan Ayon Rivas. Eccelle Luca Salsi, che ci offre un convincente Giorgio Germont; meritatissima l’ovazione finale che il pubblico gli tributa.  

LA REGIA – Non convince la regia di Brockhaus, a partire dalle immagini dipinte sulla stesura a terra e riflesse di rimbalzo: dipinti di pessima fattura che evidenziano approssimazione e incapacità esecutiva. Perché non proporre ad esempio i dipinti del decadentismo, dal post impressionismo, fino al successivo liberty, passando per preraffaelliti e simbolisti, che ben si coniugano con lo spirito e le atmosfere dell’opera e dell’epoca, o ancora i dipinti Ukiyo-e (senza disdegnare l’esplicito erotismo degli Shunga), tanto in voga negli ambienti artistici e bohémienne parigini di quel periodo?

LA GRANDE NOVITÀ – Ma torniamo ai grandi protagonisti di questa Traviata: gli specchi di Svoboda che ci offrono un doppio piano di lettura. Geniali nella loro elegante, sintetica purezza cristallina, costituiscono certamente una delle più riuscite e originali interpretazioni per visualizzare e materializzare le ambientazioni dell’opera verdiana: una storia dove il piacere e gli svaghi lussuriosi della cortigiana Violetta, donna di mondo che non vuole legarsi offrendo la sua esistenza ad un unico uomo, cede poi il posto all’amore vero per Alfredo, al dolore della malattia e infine alla morte.

SDOPPIAMENTO – La disposizione degli specchi crea un effetto di sdoppiamento e amplificazione dei soggetti sulla scena, rendendo figure, personaggi e oggetti come elementi non chiaramente definibili e misurabili sullo spazio scenico, indistinti rispetto alla loro empirica corporeità, contribuendo a creare un magico effetto di altra realtà per frammenti, indefinita, impalpabile, inafferrabile, evanescente, imprecisabile, transitoria e sfuggente.  

Proprio come Violetta Valery, Sempre libera degg’ io folleggiare di gioia in gioia, vo’ che scorra il viver mio “ donna dagli amori transitori e dai sentimenti fuggenti e inafferrabili,   dedita alla “dolce follia“ di piaceri passeggeri, evanescenti e superficiali, che scompaiono un attimo dopo l’essersi palesati, offrendo a chi di questi si nutre l’attimo sfuggente per la delizia dei sensi e un pallido ricordo dolceamaro subito dopo, pronti poi a riproporsi e a morire ancora, in un’infinita, fallace transitorietà. Insomma, un’esistenza fatta di gaudenti frammenti, così come frammentata è la scena che gli specchi ci restituiscono.

SECONDO ATTO – Nel secondo atto lo sdoppiamento dei soggetti specchiati sembra invece alludere al doppio gioco che Giorgio Germont teme erroneamente stia tramando Violetta, accusandola duramente di vivere con il figlio Alfredo non perché animata da vero amore ma per spogliarlo delle sue ricchezze. Lo stesso sdoppiamento accompagna le successive vicende di Alfredo e Violetta: abbandonato dall’amante per ferma volontà del padre Giorgio, il giovane crede erroneamente che Violetta, accompagnata dal Barone, non lo abbia mai amato davvero e lo abbia usato come uno svago passeggero.

Il gioco degli equivoci finalmente si risolve: Alfredo dichiara, ricambiato sinceramente dalla sua amata, il grande e profondo sentimento per Violetta.  In quanto opera popolare chi meglio di un riflesso può materializzare lo spirito di questo capolavoro  verdiano: gli specchi si erigono e restituiscono all’estasiato e ammirante popolo/spettatore proprio sé stesso.

 L’allestimento mesmerico calamita e ingloba con obnubilante, seducente osmosi le architetture della meravigliosa arena maceratese e il suo pubblico, che si rimira e diventa coprotagonista della scena, intrecciando il suo stupore addolorato con il finale di Violetta morente, a riconferma che l’arte deve saper inglobare e attirare a sé lo spettatore, restituendo ad esso la magia del pensiero dell’opera, in un rapporto di reciproca compenetrazione.

 

 

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